Lunes 8 de junio de 2026, a cargo de Giorgio Vespignani (Università di Bologna)

L’obelisco, che per gli Egizi rappresentava un simbolo religioso – il legame tra la divinità solare, nelle sue varie forme, e la regalità sacra del faraone – ebbe grande fortuna per i Romani fin dalla conquista dell’Egitto, nel 30 a.C., che ne fecero un simbolo di civitas regia, di città, o luogo, sede della corte dell’imperatore, di capitale imperiale, si direbbe oggi.
Così ad Alessandria dell’Egitto, sede del governo dell’ultimo faraone dell’Egitto, Cleopatra VII, come a Roma, già per volere di Augusto (dal 30 al 10 a.C.), e poi di molti tra i suoi successori, fino a Costantino (306-337) e suo figlio Costanzo (nel 357), vennero eretti obelischi egizi trasportati dai templi delle divinità solari di Heliopolis, Tebe e Luxor. Fino al momento in cui il passaggio da Roma vetus alla nuova Roma, Costantinopoli (translatio imperii), venne sancito proprio dalla erezione voluta da Teodosio I nel 392 al centro del Grande Ippodromo di un obelisco del secolo XV a.C. trasportato dal tempio di Amon-Ra di Heliopolis. Più tardo (secolo VII, VIII?) è un secondo obelisco, non egizio ma fatto di blocchi di pietra e ricoperto da lastre di bronzo dorato, comunemente detto obelisco «di Costantino Porfirogenito» (metà secolo X), perché da lui fatto restaurare.
Dopo la conquista di Costantinopoli nuova Roma nel 1453, i turchi ottomani mantennero la immagine dell’obelisco come simbolo del carattere di grandezza assoluta, “imperiale”, della città, ora Istanbul: lo dimostra la grande quantità di stampe e miniature, tra la fine del secolo XV e tutto il XVI, dove compare al centro, ritratto con notevole precisione di particolari (primi tra tutti, i geroglifici).
Restando nell’ambito delle forme ideali tra spazio storico e spazio simbolico, cioè secondo uno stretto connubio di scelte monumentali e urbanistiche dettate da motivazioni ideologico-politiche di scenografia del potere, nello stesso secolo XVI, i pontefici romani tornano a riscoprire e riposizionare in luoghi dall’alto valore simbolico per la chiesa romana gli obelischi che allora giacevano in rovina. Papa Sisto V (Felice Peretti, 1585-1590), nel 1588 e nel 1589 fece innalzare i due obelischi posti sulla spina del Circo Massimo da Augusto e da Costanzo II, rispettivamente, al centro della odierna piazza del Popolo, il primo, e al centro della piazza antistante la basilica Lateranense, il secondo. Ma, prima ancora, nel 1586, l’obelisco che si trovava sulla spina del Circus Vaticanus, venne spostato di 2500 metri ca. per assecondare la nuova prospettiva della piazza antistante la basilica di San Pietro, secondo la sistemazione disegnata del Michelangelo chiusa dai due semiarchi porticati conclusi dal Bernini.
Nella Roma che cominciava ad essere la nova civitas regia dei «dei papi re» e «teatro» delle ambizioni «imperiali» della monarchia pontificia, la “operazione-obelischi” viene fissata nell’immaginario grazie ad una studiata esposizione nella pubblicistica contemporanea, nel ciclo di affreschi della Biblioteca Vaticana e nella medaglistica, facendo uso di una iconografia insistente sulla sacralità della scelta del progetto, in quanto manifestazione di volontà divina.
Nel momento difficile in cui si dibatte la Chiesa romana nell’età di Sisto V, impegnata, su più fronti, nelle temperie tra Riforma e Controriforma e nelle dispute contro Elisabetta I di Inghilterra, Enrico III di Francia e Filippo II di Spagna, la Roma Felix sistina vuole per tanto vincere divisioni e debolezze, riproponendo una «età dell’oro» nel segno di un primato “imperiale”, spirituale ed ecclesiologico, ma anche temporale e civile, che si manifesta attraverso un programma coerente di trasformazioni urbanistiche ed edilizie che riconduce direttamente a quelli propri degli Augusti romani, grandi costruttori ed iniziatori di una nuova «età dell’oro» che legarono la propria memoria anche alla erezione di un obelisco. In questo senso, Sisto V si presenta come il nuovo Costantino, primo Augusto romano cristiano.










